RIFORMA CARBURANTI: TUTTO FERMO. FAIB, FEGICA E FIGISC CONTINUANO A PARLARE SOLO CON SE STESSE.
Doveva essere il momento della svolta.
Ancora una volta ci avevano raccontato che la riforma della rete carburanti era vicina, che erano stati trovati gli equilibri necessari e che il settore avrebbe finalmente avuto risposte concrete.
Invece il risultato è sotto gli occhi di tutti: nessuna riforma, nessun intervento strutturale, nessuna risposta ai problemi reali dei gestori.
L’unica decisione adottata è stata l’ennesima proroga delle accise.
Nel frattempo la categoria continua a soffrire.
Margini sempre più ridotti, costi in aumento, concorrenza spesso fuori controllo, impianti che chiudono e gestori lasciati soli ad affrontare una crisi che dura ormai da anni.
Ma forse è arrivato il momento di dire con chiarezza una verità scomoda.
Mentre migliaia di gestori chiedono ascolto, confronto e partecipazione, le storiche organizzazioni di categoria FAIB, FEGICA e FIGISC sembrano essersi rinchiuse in un vero e proprio palazzo di cristallo, sempre più distanti dalla realtà quotidiana degli impianti.
Si continua a discutere nei tavoli riservati, nelle stanze istituzionali e nei comunicati ufficiali, mentre dalla base sale una richiesta sempre più forte: essere ascoltati.
I gestori chiedono trasparenza.
I gestori chiedono di conoscere cosa si discute realmente ai tavoli.
I gestori chiedono di partecipare alle scelte che determineranno il loro futuro.
Eppure la sensazione diffusa è che la voce della categoria venga ascoltata sempre meno.
Una riforma che nasce senza il coinvolgimento reale dei gestori rischia di essere una riforma costruita sulla carta e non sulla realtà.
ANGAC continuerà a sostenere un principio semplice ma fondamentale:
La sovranità appartiene ai gestori e alle assemblee dei gestori, non alle segreterie.
Il settore ha bisogno di confronto aperto, di pluralismo, di partecipazione e di coraggio.
Non di decisioni calate dall’alto.
Perché mentre qualcuno continua a difendere posizioni consolidate, la rete carburanti italiana continua lentamente a perdere sostenibilità, occupazione e valore.
E il tempo delle attese è ormai finito
