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Antitrust e la “stangata bio”: i gestori pagano, i petrolieri si difendono e la stampa si confonde

La notizia del giorno è la “maxi-multa” Antitrust alle major petrolifere per il cosiddetto cartello sulla componente bio. Una vicenda che, come sempre, sarà ricordata solo per i titoli scandalistici: “Alzavano i prezzi ai distributori”, “Truffa ai danni dei consumatori”. Poco importa se i dati veri sono complessi, se l’indagine è stata costruita più per indizi che per fatti. L’importante, per l’opinione pubblica, è avere trovato un colpevole da mettere alla gogna.
Ma a pagare il conto – come sempre – non saranno né ENI né le altre grandi compagnie, bensì la filiera dei gestori, già schiacciati da contratti capestro e da margini che definire ridicoli è un eufemismo.
Secondo l’Autorità, le compagnie avrebbero deciso un valore unico per la quota bio da ribaltare ai clienti. Una “intesa indiziaria”, scoperta perché alcune cifre comparivano su Staffetta Quotidiana. Insomma, basta leggere un giornale di settore per essere accusati di “cartello”. Una teoria a dir poco fantasiosa.
L’Antitrust arriva addirittura a puntare il dito contro Staffetta, colpevole di fare il suo mestiere: informare. In un Paese dove di carburanti si parla solo per urlare contro i prezzi, un giornale che spiega i meccanismi di mercato diventa il capro espiatorio. Un rovesciamento della logica: anziché ringraziarli per la trasparenza, li si accusa di essere il “cemento” del cartello.
Noi di ANGAC – Conf.PMI Italia non ci stiamo. Non è certo un quotidiano di settore a stabilire i prezzi, ma le compagnie che controllano la filiera dalla raffinazione alla distribuzione.
936 milioni di euro. Una cifra astronomica che fa notizia, ma che alle compagnie peserà meno di quanto pesano pochi millesimi sul margine di un gestore. ENI paga il 35,9%? Bene, domani lo recupererà a cascata, ribaltando tutto su rete ed extrarete. Indovinate chi ne sopporterà le conseguenze? Il piccolo gestore, l’anello debole che non ha potere contrattuale, e il consumatore finale che troverà prezzi ancora più alti alla pompa.
L’Authority ammette che i costi del bio siano realmente aumentati. Ammette persino che non è reato avere un margine in un libero mercato. Allora dov’è il peccato? Nel “coordinamento”. Ma attenzione: in 189 pagine di relazione, l’unico calcolo concreto riguarda il 2020. Una simulazione, non un fatto. Conclusione: tutto si regge su un teorema, non su prove solide.
Eppure, in tutto questo, nessuno parla dei gestori. Siamo noi a dover spiegare ai clienti perché i prezzi salgono, siamo noi a subire i contratti che ci impongono di applicare cifre decise altrove, siamo noi che vediamo i nostri margini prosciugarsi. L’Antitrust colpisce i colossi, ma l’effetto collaterale è devastante sulla microimprenditoria che rappresentiamo.
Se domani si decidesse che ogni voce del margine lordo deve essere “ribaltata” senza guadagno, che fine farebbe l’economia di mercato? Forse i funzionari Antitrust pensano che il fruttivendolo debba rivendere il cetriolo al prezzo esatto di acquisto, senza guadagnarci nulla. Una visione che fa sorridere, se non fosse tragica.
ANGAC – Conf.PMI Italia non difende i petrolieri: hanno i loro avvocati e i loro mezzi. Noi difendiamo i gestori, i piccoli imprenditori che tengono in piedi la rete carburanti italiana e che subiscono sia le speculazioni delle compagnie sia le decisioni miopi delle Autorità.
La “stangata” non colpisce i colossi, colpisce chi ogni giorno apre la serranda della propria stazione di servizio, senza voce nei media, senza tutele e senza garanzie. E su questo, Antitrust e Governo dovrebbero finalmente avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.